
Viaggiare sui mezzi pubblici agli orari delle scuole è un delirio.
Specie quando ormai si scrive "skuola" con la K, tanto per sembrare moderni, tanto per avvivinarsi a uno dei tanti cliché, come le gomme da masticare che, così, ruminate, fanno sembrare tutti dei piccoli Ace Ventura, come l'obbligo (che, grazie a Dio!, se ne sta andando) di mostrare l'ombelico anche quando ci sono cinquanta chili di troppo.
E le bestemmie. Quante, ma quante ne ho sentite gridare nel mio ultimo viaggio in pullman, quasi fossero un intercalare.
Qui mi fermo. Ho bisogno di pensare.
Proprio poco tempo fa ho affrontato, provocatoriamente, il tema del rapporto insegnanti-alunni, dalla parte degli alunni. Ora mi sembra doveroso una piccola difesa del ramo insegnanti: ma vi rendete conto, dico io, di che studenti ci si trova davanti?
Non amo generalizzare, ma piccoli amici liceali mi hanno parlato di discriminazioni, ben diverse dalle solite da tappo-stangona, sottiletta-hamburger. Basta guardare la tivù in questi giorni per accorgersi che l'allarme del bullismo divampa, e dilaga ovunque, accordando questi due termini opposti: insomma, pare incontrollabile. Famiglie intere che si mettono le mani tra i capelli, ma non sul figlio, neanche quando servirebbe almeno un bel ceffone verbale, insegnanti che tentennano il capo con disgusto.
E il disgusto viene davvero, quando oltre la metà delle intervistate tra le liceali afferma di preferire il maschio bullo, scapestrato, ignorante.
Ma il disgusto deve finire, presto, riflettendo che queste manifestazioni sono forse un semplice grido d'aiuto, una richiesta d'attenzione a cui nessuno osa rispondere.
Perché? Semplice: è scomodo rispondere e provare a restituire ai propri figli o studenti ideali che nemmeno noi ci sentiamo più di ostentare, perché minoritari.
Detto questo, la via sembra un vicolo cieco, dove ci troviamo due segnali di senso unico in versi opposti, che ci costringono a restare fermi, immobili. Guardare e disgutarci, quindi? Non credo, non voglio e non posso crederci.
E' meglio imparare ad alzarsi da quella cattedra che ci si è meritati, e girarvi attorno. I ragazzi hanno forse ottenuto la loro terra promessa, ma non hanno più con chi parlarne e con chi condividerla.
ScribereAude!
Specie quando ormai si scrive "skuola" con la K, tanto per sembrare moderni, tanto per avvivinarsi a uno dei tanti cliché, come le gomme da masticare che, così, ruminate, fanno sembrare tutti dei piccoli Ace Ventura, come l'obbligo (che, grazie a Dio!, se ne sta andando) di mostrare l'ombelico anche quando ci sono cinquanta chili di troppo.
E le bestemmie. Quante, ma quante ne ho sentite gridare nel mio ultimo viaggio in pullman, quasi fossero un intercalare.
Qui mi fermo. Ho bisogno di pensare.
Proprio poco tempo fa ho affrontato, provocatoriamente, il tema del rapporto insegnanti-alunni, dalla parte degli alunni. Ora mi sembra doveroso una piccola difesa del ramo insegnanti: ma vi rendete conto, dico io, di che studenti ci si trova davanti?
Non amo generalizzare, ma piccoli amici liceali mi hanno parlato di discriminazioni, ben diverse dalle solite da tappo-stangona, sottiletta-hamburger. Basta guardare la tivù in questi giorni per accorgersi che l'allarme del bullismo divampa, e dilaga ovunque, accordando questi due termini opposti: insomma, pare incontrollabile. Famiglie intere che si mettono le mani tra i capelli, ma non sul figlio, neanche quando servirebbe almeno un bel ceffone verbale, insegnanti che tentennano il capo con disgusto.
E il disgusto viene davvero, quando oltre la metà delle intervistate tra le liceali afferma di preferire il maschio bullo, scapestrato, ignorante.
Ma il disgusto deve finire, presto, riflettendo che queste manifestazioni sono forse un semplice grido d'aiuto, una richiesta d'attenzione a cui nessuno osa rispondere.
Perché? Semplice: è scomodo rispondere e provare a restituire ai propri figli o studenti ideali che nemmeno noi ci sentiamo più di ostentare, perché minoritari.
Detto questo, la via sembra un vicolo cieco, dove ci troviamo due segnali di senso unico in versi opposti, che ci costringono a restare fermi, immobili. Guardare e disgutarci, quindi? Non credo, non voglio e non posso crederci.
E' meglio imparare ad alzarsi da quella cattedra che ci si è meritati, e girarvi attorno. I ragazzi hanno forse ottenuto la loro terra promessa, ma non hanno più con chi parlarne e con chi condividerla.
ScribereAude!
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