
Chiunque per lavoro o per studio si trovi a stare fuori casa per almeno le ore di luce, il bagno pubblico diventa un obbligo morale e fisico, ma anche un incubo.
A cominciare, le code chilometriche al bagno delle donne: signore e signorine, ma per rifarsi il trucco non ci si può tirare mezzo metro più avanti e così non ingolfare il traffico di avventrici? In fondo, un centimetro di specchio - quando c'è - si può sempre condividere fraternamente, ma forse si pensa sempre che quando il bisogno impelle, c'è sempre la toilette maschile: vuota e quasi deserta.
Il vero punto su cui vorrei focalizzare, però, è un altro: le condizioni dei bagni pubblici. Gli unici che in tutta la mia vita ho trovato veramente degni di lode, sono stati quelli degli Uffizi, del Louvre o di Montecarlo, dove però devi depositare 2,50 al tuo ingresso. La pulizia, a mio parere, però non ha prezzo: ben vengano i bagni a pagamento (non guasterebbe se più economici), purché mi sia garantita una statistica inferiore allo 0,01% di possibilità di contrarre tetano e chissà quali malattie veneree.
Qualcuno potrà obiettare che le imprese di pulizia passano di tanto in tanto, non possono trasformarsi in Viakal viventi.
Nessuno pretenderebbe questo: occorre invece fare appello alla coscienza comune.
Tu, simpatico/a cliente del bagno pubblico, è inutile che fuori fai lo schizzinoso se trovi una macchietta sulla tazzina del caffé e poi, dentro alle quattro mura del bagno, scateni tutte le tue più furibonde disattenzioni! Va bene la libertà, siamo in un bel Paese democratico, ma personalmente vorrei poter avere anch'io la libertà di entrare in un bagno senza arrotolare i pantaloni fino al ginocchio, come se stessi passando in una palude, e non dover usare ogni volta duecento fazzoletti di carta per rimuovere gli "amabili resti" del disattento/a che mi ha preceduta.
In fondo ci si può sempre lavare le mani.
Ah, dimenticavo, quando c'è il sapone?
ScribereAude!
e forza, un po' di rispetto...
Photo: Jean-Sebastien Monzani
A cominciare, le code chilometriche al bagno delle donne: signore e signorine, ma per rifarsi il trucco non ci si può tirare mezzo metro più avanti e così non ingolfare il traffico di avventrici? In fondo, un centimetro di specchio - quando c'è - si può sempre condividere fraternamente, ma forse si pensa sempre che quando il bisogno impelle, c'è sempre la toilette maschile: vuota e quasi deserta.
Il vero punto su cui vorrei focalizzare, però, è un altro: le condizioni dei bagni pubblici. Gli unici che in tutta la mia vita ho trovato veramente degni di lode, sono stati quelli degli Uffizi, del Louvre o di Montecarlo, dove però devi depositare 2,50 al tuo ingresso. La pulizia, a mio parere, però non ha prezzo: ben vengano i bagni a pagamento (non guasterebbe se più economici), purché mi sia garantita una statistica inferiore allo 0,01% di possibilità di contrarre tetano e chissà quali malattie veneree.
Qualcuno potrà obiettare che le imprese di pulizia passano di tanto in tanto, non possono trasformarsi in Viakal viventi.
Nessuno pretenderebbe questo: occorre invece fare appello alla coscienza comune.
Tu, simpatico/a cliente del bagno pubblico, è inutile che fuori fai lo schizzinoso se trovi una macchietta sulla tazzina del caffé e poi, dentro alle quattro mura del bagno, scateni tutte le tue più furibonde disattenzioni! Va bene la libertà, siamo in un bel Paese democratico, ma personalmente vorrei poter avere anch'io la libertà di entrare in un bagno senza arrotolare i pantaloni fino al ginocchio, come se stessi passando in una palude, e non dover usare ogni volta duecento fazzoletti di carta per rimuovere gli "amabili resti" del disattento/a che mi ha preceduta.
In fondo ci si può sempre lavare le mani.
Ah, dimenticavo, quando c'è il sapone?
ScribereAude!
e forza, un po' di rispetto...
Photo: Jean-Sebastien Monzani
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